Figlicidi e infanticidi: quando le vittime sono i bambini

Sono passate solo poche settimane dall’aberrante femminicidio e figlicidio di Teodora e Ludovico avvenuti a Carmagnola, quando in questi giorni le cronache riferiscono di nuovi casi tragici che continuano ad avere come vittime le donne e in particolare i bambini.

Nel Trevisano, una donna si è suicidata buttandosi da un ponte, portando con sé il suo bambino di un anno e mezzo che ora lotta tra la vita e la morte e un uomo si è suicidato dopo aver ucciso il suo bambino di due anni.

Bambini di cui poco si parla. Bambini che invece di essere amati, protetti e difesi da quegli adulti che li hanno messi al mondo, sono maltrattati, abusati, uccisi. Bambini oggetti di fatti delittuosi che dopo lo sdegno generale e qualche servizio in tv, vengono dimenticati. 

Eppure gli infanticidi e i figlicidi sono purtroppo una realtà che ci appartiene perché, come abbiamo visto nella nostra Città, nessun luogo ormai può dirsi al sicuro da questi terribili atti

I dati: 

Stando ai dati forniti dall’Istat ad HuffPost, dal 2006 al 2017, in Italia sono stati uccisi 34 neonati – vittime del cosiddetto “infanticidio” – mentre dalle stime del Ministero dell’Interno risulta che tra il 2017 e il 2018 gli omicidi volontari di cui sono stati vittime minori sono 36. Nel decennio compreso tra il 2004 e il 2014 i bambini uccisi dai genitori o in ambito familiare sono stati circa 245.

Il primo rapporto sul figlicidio pubblicato dall’Istituto di ricerca Eures nell’ottobre 2015 consegnava altri dati rilevanti: nei quindici anni compresi tra 2000 e 2014 sono stati 379 i figli uccisi da un genitore – padre o madre – naturale o acquisito. Quindi, dal 2000 al 2017 nel nostro Paese 447 bambini sono morti per mano dei genitori o familiari.

Ma cosa spinge un padre o una madre a uccidere la propria creatura?

Secondo i numerosi esperti che trattano e studiano questi tragici eventi sono tante le motivazioni che possono portare ad uccidere un figlio ed è sempre difficile dare una risposta se non si conoscono le persone e il contesto dove sono cresciute e vissute. A volte le motivazioni hanno a che fare con differenti vissuti depressivi poco manifesti e pertanto sottovalutati, ma spesso anche con la solitudine, con l’isolamento, la mancanza di confronto o l’incapacità di chiedere aiuto. Altre volte, con la carenza di competenze relazionali ed emotive. Molte tragedie di questo tipo sono l’esito di conflitti intrafamiliari, tra coniugi o ex coniugi, dove i figli vengono usati e strumentalizzati per ferire l’altro.

Nel mese di febbraio 2019 sono state pubblicate le “Osservazioni conclusive” delle Nazioni Unite rivolte all’Italia con le puntuali raccomandazioni che analizzano lo stato dell’attuazione della Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro paese. Il Comitato ONU raccomanda allo Stato italiano di assicurare la realizzazione dei diritti dei bambini in linea con la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e i suoi Protocolli opzionali attraverso il processo d’attuazione dell’Agenda 2030 sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Quattordici pagine, 43 paragrafi, nei quali il Comitato delle Nazioni Unite ha manifestato preoccupazioni e ha raccomandato di adottare misure urgenti, in particolare in tema di distribuzione delle risorse finanziarie che tenga conto dei “diritti dei minorenni più vulnerabili, non discriminazione delle persone di minore età sotto ogni aspetto, educazione e istruzione, minorenni migranti, rifugiati e richiedenti asilo”, tra le altre cose esortando l’Italia a “introdurre un sistema nazionale di raccolta dati in materia di violenza contro i minorenni”. Tema questo molto collegato al tema dei figlicidi e della violenza assistita da parte dei minori nei casi di maltrattamento di genere.

Cosa si può fare? 

L’implementazione delle risorse “raccomandata” dall’ONU può sicuramente permettere alle istituzioni che si occupano di minori di intervenire precocemente sulle situazioni già rischio, ma soprattutto di costruire programmi e percorsi che incidano sull’educazione dei ragazzi, degli adolescenti, dei giovani che in futuro potranno scegliere di diventare genitori. Un’educazione volta all’affettività e sessualità consapevole, al riconoscimento e alla gestione delle emozioni e dei conflitti, alle pari opportunità, alla crescita di persone adulte e autorevoli.

Programmi e percorsi che devono sostenere le mamme e i papà soprattutto nei momenti più critici, attraverso servizi scolastici, sociali e sanitari attenti, vicini e politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia che permettano una esistenza per tutti sostenibile.

Ma anche noi possiamo fare tanto. 

Possiamo essere antenne sul territorio, nel nostro condominio, nel nostro quartiere. Antenne che intercettano i piccoli/grandi disagi che si consumano nelle mura domestiche. Possiamo diventare vicini di casa che non si girano dall’altra parte. Possiamo essere portatori di speranza in chi in certi momenti della vita, non trova via d’uscita. Possiamo prenderci cura dei bambini come se fossero nostri figli, proteggendoli e creando per loro una città sicura alla quale affidarsi e vivere serenamente la propria infanzia.

Creare alleanze nella Comunità con le tra le Associazioni, con i Servizi e le Istituzioni sociali ed educative del territorio, accompagnare ed essere a fianco per superare la diffidenza e la ritrosia nella richiesta di aiuto verso quei Servizi che hanno il compito di accogliere e sostenere con professionalità il disagio delle famiglie.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: